Farmaci «personali»: chi deve gestirli quando si è ricoverati in ospedale?

Segnalato dai lettori

Ricoverata, mi sono sentita dire che per quanto riguardava i miei farmaci “personali” (sono cardiopatica) dovevo portarli da casa e gestirli da sola. Quando le mie scorte si sono esaurite, il medico di base mi ha detto che non poteva farmi avere ulteriori prescrizioni perché di tutte le mie cure era responsabile l’ospedale; in ospedale mi hanno invece risposto che dovevo arrangiarmi perché quei farmaci non avevano niente a che fare con le cure per cui ero stata ricoverata. Possibile che non ci siano regole per casi come questi? Lettera firmata

Risponde Leonardo La Pietra, 
direttore sanitario Ieo (Iestituto Europeo di Oncologia), Milano
La domanda della lettrice solleva un problema di rilievo e molto comune, visto che negli ospedali è facile siano presenti pazienti anziani con più patologie croniche che richiedono una politerapia.

Anche se non esiste una normativa specifica, a livello nazionale, la regola generale alla quale ogni struttura e ogni professionista che opera all’interno del Servizio sanitario nazionale deve attenersi è quella della cosiddetta “continuità assistenziale”. E gli standard internazionali degli ospedali della Joint Commission (l’ente americano che accredita le strutture sanitarie di eccellenza in tutto il mondo e, tra gli altri, anche l’Ieo) confermano questa regola. La continuità assistenziale prevede che il paziente quando viene ricoverato in un ospedale (anche in un reparto o in una struttura altamente specialistica) debba essere messo in grado di continuare a seguire la terapia che abitualmente riceve a casa propria. Questo significa che la struttura sanitaria (e in particolare il medico che “accetta” il paziente) ha il dovere di informarsi, al momento dell’ingresso in reparto del malato, sui farmaci che quest’ultimo assume a casa, e successivamente ha il compito di confermare la cura o di sospenderla o di modificarla, facendo in particolare attenzione alle eventuali interazioni con la terapia che sarà somministrata durante la degenza in ospedale. Il caposala (o l’infermiere incaricato dal caposala) dovrà, quindi, prendere in consegna i farmaci personali del paziente (niente medicinali in “autogestione” lasciati sui comodini!), registrarli in cartella e provvedere alla somministrazione di tutta la terapia farmacologica prescritta dal medico.

I farmaci personali del paziente andranno conservati in un luogo idoneo e restituiti al paziente alla dimissione. Qualora il ricovero dovesse prolungarsi e i farmaci personali del paziente non fossero sufficienti a garantire il prosieguo della terapia, l’ospedale dovrà approvvigionarsi, attraverso la sua farmacia, dei medicinali necessari anche se si tratti di farmaci “super specialistici”. E val la pena ricordare che questo, oltre a costituire l’unico comportamento corretto, permette al Servizio sanitario di risparmiare perché gli ospedali acquistano tutti i farmaci a metà prezzo, mentre le Asl che sostengono i costi al posto del malato, se quest’ultimo li acquista con ricetta del medico di base, li pagano per intero. In nessun caso, dunque, va chiesto al medico di famiglia di provvedere alla prescrizione di farmaci necessari al paziente durante il ricovero in ospedale. Il medico di famiglia andrà invece, ovviamente, contattato per il rinnovo della prescrizione dopo la dimissione.

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