Ictus: le frontiere del recupero

Recuperare da un ictus è la scommessa più grande per una persona la cui vita viene stravolta all’improvviso da un evento del genere. Un team di ricercatori francesi suggerisce il possibile utilizzo del Prozac, forse il più celebre degli antidepressivi, come parte di una terapia volta alla riacquisizione della capacità di movimento perduta e di un accettabile livello di indipendenza.

Gli scienziati d’oltralpe hanno verificato l’efficacia del trattamento su un campione di pazienti colpiti da ictus, che hanno mostrato miglioramenti evidenti nei test effettuati sulle proprie abilità motorie rispetto al gruppo di controllo a cui è stato somministrato un semplice placebo. Uno dei grandi problemi legati all’ictus è, infatti, il recupero di un livello accettabile di funzionalità neurologiche. Se per la zona colpita e per i neuroni che la occupavano non c’è nulla da fare, c’è invece una speranza per tutte quelle aree del cervello adiacenti in cui i neuroni, pur non eliminati dall’ictus, si ritrovano in una condizione di compromissione funzionale.

Una ricerca americana dell’Università della California si è concentrata su questo aspetto particolare, dimostrando che quella sorta di stordimento di cui sono vittima i neuroni delle zone più vicine a quella colpita è determinato dall’accumulo del Gaba, una sostanza che agisce sulla trasmissione dell’impulso nervoso, inibendola. Secondo i medici californiani guidati dal prof. Thomas Carmichael, questa sostanza può essere inibita a livello farmacologico, consentendo in tal modo al paziente un recupero più rapido e migliore.
Per arrivare a tali conclusioni, i ricercatori hanno sottoposto cavie da laboratorio a una sperimentazione che prevedeva l’induzione artificiale di un ictus. Gli scienziati hanno così potuto osservare l’aumento dei livelli di Gaba intorno alla zona necrotica del cervello dei topi colpiti. Spiega Carmichael: “da tempo molti studiosi hanno concentrato la loro attenzione sulle aree adiacenti a quelle più colpite dall’evento. Per i neuroni morti, infatti, non c’è più niente da fare, ma è importante recuperare quelli che, pur essendo sofferenti, sono ancora vivi. Tocca a loro supplire alle funzioni oramai irrimediabilmente perse nella zona dell’ictus, modificandosi e stabilendo nuove connessioni nervose. L’eccesso di Gaba nei neuroni circostanti impedisce l’organizzazione di questa reazione di emergenza. Per questo abbiamo provato a somministrare agli animali un farmaco già noto e utilizzato per inibire specificamente la funzione del Gaba”.
Stando ai risultati, i topi a cui è stata inibita l’azione prodotta dal Gaba hanno recuperato buona parte delle proprie funzioni motorie con più facilità e in maniera più completa rispetto alle altre cavie che non avevano ricevuto il farmaco. Fra gli aspetti interessanti della ricerca firmata dai medici californiani c’è anche una potenziale evoluzione riguardo i tempi di reazione ottimali nei confronti dell’ictus. A disposizione dei medici per limitare i danni della crisi, finora, c’è stata soltanto la trombolisi, ovvero l’iniezione di sostanze atte a sciogliere il trombo provocato dall’ictus, una tecnica che tuttavia si rivela efficace solo se messa in atto a distanza di poche ore dall’attacco. Al contrario, il farmaco utilizzato dai ricercatori statunitensi avrebbe nelle prime ore addirittura un effetto negativo, come conferma il prof. Carmichael: “l’inibitore del Gaba, dato subito, peggiorava addirittura la situazione, probabilmente perché la sostanza interferisce con una reazione naturale mirata a evitare un’eccessiva eccitazione nervosa. L’effetto positivo sul recupero motorio si osservava invece quando il farmaco veniva somministrato pochi giorni dopo l’ictus”.
È chiaro che i risultati ottenuti dall’équipe americana dovranno essere trasferiti dal modello animale all’uomo, ma se l’intuizione si rivelerà corretta il tempo non costituirà più un limite invalicabile per il recupero dei pazienti colpiti da ictus.

 

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